Un pensiero al mese – Novembre 2018

Tra il dire e il fare

 

“Sbagliando s’impara”, recita un proverbio il cui significato potrebbe trovare varie applicazioni: e nell’uso quotidiano, basti pensare ai mestieri e alle professioni dove è richiesta la manualità, e sui banchi di scuola, dove i nostri studenti sono in prima linea ogni giorno.

Da educatori, qual è il giusto valore da dare agli errori?
E da studente, qual è il peso che un brutto voto può determinare all’interno di un percorso scolastico, e più ancora sulla sua autostima?

Ogni giorno le nostre aule sono gremite di ragazzi a cui cediamo un po’ del nostro sapere e ci si aspetta che questi recepiscano e ci restituiscano il dovuto, sotto forma di verifiche, interrogazioni, esercitazioni, compiti in classe. E quando ciò non avviene, quando questa catena viene interrotta, quando lo scolaro non studia come ci si aspetta che sia, o la sua prova scritta non è soddisfacente o – peggio – la sua preparazione risulta fallimentare, eccoci pronti a ‘giustiziarlo’ con una mannaia: scarso, insufficiente, due, tre… e così via.

 

È con questa domanda che finirò con l’inimicarmi alcuni di voi colleghi, i quali sceglieranno di non proseguire la lettura di questo articolo: alla loro età eravate tutti degli alunni bravi e diligenti? O qualcuno tra voi faticava ad ottenere appena la sufficienza e meditava vendetta una volta diventato adulto? E se vi confessassi che io appartengo a quest’ultima categoria? Che salire i gradini dell’ingresso del Liceo era un po’ come essere Maria Antonietta che saliva al patibolo? Lo confesso: odiavo la scuola, detestavo il Greco e non ero affatto popolare, tutt’altro… vivevo nell’anonimato, come un latitante rifuggivo ogni occasione di essere interrogato e pregavo ogni notte di diventare invisibile o che vi fosse un incendio o una calamità naturale che si portasse via l’edificio.

 

E questo è ciò che dico ai miei studenti all’inizio di ogni corso, quando centinaia di visi terrorizzati siedono dietro i banchi in attesa di intraprendere una lotta all’ultimo sangue con la mia materia, la lingua Inglese.
Improvvisamente, dopo la mia confessione non estorta con la forza, il colore torna sui loro volti e i sorrisi appaiano sui loro occhi, e a fine lezione, nei corridoi riesco a cogliere frasi come “È uno di noi” oppure “Finalmente imparerò qualcosa d’Inglese”.
A questo punto, forse mi sono giocato anche gli ultimi lettori che avevano deciso di arrivare fino alla fine ma prima di farlo, vi prego di prestarmi attenzione ancora per qualche rigo. Se, poi, non vi ritroverete nelle successive considerazioni, allora sarete liberi di voltare pagina.

 

Mi occupo di Dislessia e lingua Inglese da oltre diciotto anni e sebbene io non sia un soggetto DSA, dal punto di vista umano e professionale posso certamente capire come uno studente dislessico (e non solo) percepisca la nostra materia a tratti ostile e minacciosa, altre volte complessa e misteriosa. Partiamo dal presupposto che una classe di successo è una classe incentrata sullo studente e non sul docente, dove la motivazione e l’approccio sono le chiavi vincenti. Ed ogni studente è differente a modo suo, c’è quello capace e reattivo, pronto ad alzare la mano ad ogni singola domanda e quello che invece è poco partecipe, che si distrae o semplicemente ci trova poco interessanti. Questo ampio puzzle di presenze ci vede attori principali di una didattica che può avere successo soltanto se decidiamo di attivarci affinché arrivi a tutti e li coinvolga in prima persona.

 

Naturalmente, occorrerà mettersi in gioco, ogni momento, e decidere almeno per una volta di dare fiducia a chi siede tra i banchi, cosa assai rara da guadagnarsi specie in una classe dove veniamo percepiti come i cavalieri dell’Apocalisse.
Un approccio che guarda allo studente come diretto fruitore del sapere farà sì che anche il più debole tra gli allievi ne potrà trarre giovamento.
Cosa è possibile fare per dimostrare loro che non siamo poi così cattivi?

 

Immaginate che stiate seguendo un corso di cucina ed ogni volta che vi cimentate in una ricetta, nonostante le dosi siano esatte e il procedimento corretto, il soufflé non gonfia e la maionese impazzisce. A quel punto lo chef vi urla contro, vi dice di tornarvene a casa o peggio… loda coloro i quali hanno prodotto piatti prelibati e poi vi guarda con aria di sufficienza e alla fine smette di interessarsi a voi. E dalla volta successiva, quando darà le altre consegne circa la ricetta da eseguire, noterete che quasi non vi guarda, che non farà caso al vostro operato anche se avrete portato a termine la cottura della pietanza o la decorazione del piatto.
È ovvio che la vostra autostima subisce un attacco durissimo e magari sarete anche tentati di lasciar perdere tutto e ritornare ai cibi precotti.

 

Parafrasando tutto questo e sostituendo pentole e fornelli con libri e verifiche, ciò è quanto accade ogni giorno nelle nostre aule a tanti studenti (DSA e non solo loro), la cui stima di sé e il benessere scolastico non sono di casa, e per svariati motivi: per un eccesso di zelo o perché ci si deve attenere strettamente alla programmazione didattica o accademica che sia, o perché non si ha la voglia o il tempo o le competenze per indagare i motivi dell’insuccesso.

 

Supposto che uno studente dislessico abbia la necessità di rintracciare all’interno della didattica a lui proposta delle strategie efficaci per mettere a fuoco contenuti a lui pressoché impossibili da memorizzare, perché non incominciare con l’apprezzare i piccoli progressi da lui compiuti per il raggiungimento degli obiettivi, magari gratificandolo per lo sforzo impiegato o per l’audacia nel tentativo di portare a termine un dato esercizio?

 

È proprio attraverso il nostro elogio, piccolo o grande che sia, che lo studente può trovare la spinta a fare meglio e a mettersi ancora di più in gioco, senza temere che l’eventuale errore da lui commesso rimarchi una inadeguata preparazione o peggio, diventi motivo di scherno agli occhi della classe. Con un ristrettissimo margine d’errore, posso garantirvi un cambio di rotta favorevole nel giro di poche settimane.

 

Ma torniamo un attimo alla didattica che eroghiamo in classe. Siamo sicuri che la nostra lezione, i nostri contenuti siano interessanti, appassionino gli astanti e che, come succede con il canto delle sirene, i nostri studenti rimangano ammaliati?
O al contrario, le nostre parole si perdono a mezz’aria e percepiamo sbadigli e anziché prendere appunti i nostri ragazzi si trasformano in pittori astratti e riempiono quaderni di schizzi e macchie di Rorschach?
Quando scegliamo un film al cinema o una commedia a teatro, la prima cosa che facciamo è capire quale opzione sia più consona alle nostre corde, sia essa un thriller o un dramma o un musical. Di sicuro non vogliamo annoiarci e meno che mai addormentarci. Empaticamente, trovo la cosa valida anche per i nostri studenti, pertanto cerco di modulare la mia lezione affinché la possano trovare avvincente e perché no, farsi quattro risate o diventare parte attiva di ciò che stiamo trattando o anche commuoversi sino alle lacrime.

Domani, appena entrati in classe, cari colleghi miei, provate a guardare i vostri studenti con un altro occhio: vi stupirete di come la giornata prenderà un’altra piega e posso garantirvi che Cicerone e Carlo Magno verranno da loro accolti sicuramente con maggiore entusiasmo ed interesse.

 

Prof. Massimiliano Schirinzi
Università degli Studi di Palermo 

 

 

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