La valutazione DSA

La valutazione DSA. Le difficoltà per gli alunni e per gli insegnanti.

 

Esiste una diffusa tendenza ad appiattire il termine valutazione ad una semplice fase finale dell’anno scolastico, intesa come operazione di controllo delle abilità acquisite da parte dello studente. Ma l’atto valutativo, inteso come verifica dell’efficacia dell’offerta formativa, parte da una fase iniziale che deve corrispondere alle necessità di ogni studente, personalizzando la proposta formativa.

 

Dopo questa prima fase, sono i processi di apprendimento ad essere coinvolti dalla valutazione, al fine di accertare le abilità acquisite rispetto alle difficoltà incontrate, per potere adottare immediatamente eventuali interventi compensativi che si ritengono più opportuni.
A questo punto, la valutazione finale riguarda la capacità dello studente di collegare e impiegare, anche in forma originale, un complesso di abilità e conoscenze acquisite ed elaborate in modo personale: si valuta così anche il successo della scuola nell’adottare un sistema efficace di insegnamentoapprendimento produttivo ed efficace.
Questo vale per tutti gli studenti!

 

Perché allora chi è dislessico viene penalizzato con valutazioni mediocri?

 

Prendiamo in esame la scuola Primaria, la scuola dell’alfabetizzazione culturale, nel momento in cui pretende la memorizzazione di schemi e regole quali le tabelline, la grammatica, la poesia e le filastrocche. Tutte prove che sono dei quasi sicuri insuccessi per i bambini dislessici.
Quando il Ministero della Pubblica Istruzione emana i suoi decreti ministeriali e le sue circolari, quando invita gli insegnanti a valutare, laddove esiste un disturbo dell’apprendimento, tenendo conto più dei contenuti che della forma, fornendo strumenti compensativi utili ad affrontare le varie verifiche, non considera che, nei primi due o tre anni di scuola Primaria le abilità richieste corrispondono proprio a quelle congenitamente mancanti ad un dislessico.

 

Parliamo proprio delle abilità strumentali.
Mi chiedo: come si valuta lo studente DSA in riferimento ad un livello di apprendimento generale della classe?
Come potrà mai un insegnante lodare un discalculico che non potrà imparare a snocciolare le tabelline a memoria alla stessa velocità degli altri?
Come potrà mai ricevere delle stelline dorate sul proprio quaderno se non porta mai a termine un semplice copiato dalla lavagna?
Come potrà essere in regola con i compiti a casa se il suo diario è un miscuglio di scarabocchi?
Inverosimile anche la sua lentezza sotto dettatura, rallenta tutta la classe, quel gruppo di eccellenze che rivolgono uno sguardo di commiserazione a quell’insegnante esausta, costretta a ripetere una frase due volte consecutive. Un disastro!!!

 

Quindi dobbiamo rassegnarci? Dobbiamo ancora accettare che un alunno dislessico porti scritto nel proprio DNA una sorta di destino nell’essere definito l’ultimo della classe, il più svogliato, quello che ha come unico strumento compensativo eleggere se stesso giullare di classe?
Assolutamente no!!!

 

Il successo formativo di ogni alunno è realizzabile e deve essere garantito da una scuola che lo accompagnerà alla scoperta di argomenti che lo stimoleranno alla ricerca, all’approfondimento, grazie anche all’utilizzo di strumenti informatici e software di supporto.
Una scuola che possa premiare il suo entusiasmo quando descrive nei minimi particolari un racconto creato mentalmente per immagini, quando rappresenta graficamente una sua idea, un oggetto, un evento della natura.
I suoi insegnanti dovrebbero essere preparati professionalmente per rispondere ai suoi bisogni specifici di apprendimento.

 

Nulla si deve lasciare al caso, bensì è possibile strutturare bene con un team di colleghi, di una referente DSA, in collaborazione con la famiglia e professionisti di supporto, un Piano Didattico Personalizzato (PDP): quest’ultimo non può rappresentare uno sterile documento da conservare nel fascicolo personale dell’alunno, ma dovrà essere verificato in itinere ed eventualmente rielaborato e rispettato da tutti, redatto annualmente e sottoscritto dalla famiglia.
I suoi insegnanti dovranno sempre mettersi in gioco, come chi ha la responsabilità enorme di garantire non soltanto il successo formativo, ma il successo esistenziale di un alunno.
Tutti gli alunni possono imparare ad imparare: stimolare i meccanismi mentali per trovare le soluzioni ai problemi (non solo matematici), piuttosto che averle pronte su un piatto d’argento con una noiosa lezione frontale, darà l’opportunità di sviluppare il desiderio di conoscenza.

 

È difficile, e gli insegnanti sono spesso lasciati soli nel cercare di migliorare le proprie modalità valutative e didattiche. A loro si chiede tutto, ma raramente ci si mette nei panni di chi, ogni giorno, deve affrontare il lavoro in classe e non ha, spesso, un punto di riferimento cui chiedere aiuto, consigli, interventi aggiuntivi. La valutazione è una spada di damocle anche per l’insegnante, che deve agire nell’ambito di una cornice istituzionale che non sempre sostiene il cambiamento in atto.
Il sistema della valutazione non può essere più pensato adottando solo uno dei punti di vista possibili: quello dell’alunno o quello dell’insegnante. Alunno e insegnante imparano insieme, falliscono insieme, crescono insieme.
Ripensare la valutazione vuol dire ripensare anche questa diade relazionale (insegnante – alunno), che tra l’altro si colloca in un microcosmo come la classe. Non si tratta di instaurare un rapporto di forza tra genitori e insegnanti, ma di costruire pazientemente un’alleanza, della quale la valutazione in itinere e quella conclusiva, risentiranno positivamente.
Troppo spesso i genitori giudicano la valutazione dell’insegnante alla luce delle proprie convinzioni più o meno fondate e troppo facilmente sono pronti a correre dal Legale per rivendicare i diritti dei figli.
Altrettanto spesso, gli insegnanti parlano di ragazzi pigri che si “siedono” sul PDP, di madri ansiose che non vogliono capire, di finte diagnosi…

 

Forse è il caso di fare un passo indietro e ricordare prima di tutto il valore del rispetto tra le persone, prima ancora dell’importanza del rispetto delle regole.
Le regole non possono calpestare la dignità, ne’ da una parte, ne’ dall’altra.
Tutte sono riconducibili ad una: la scuola è per tutti, luogo di democrazia, luogo di civiltà.

 

Tiziana Di Lecce
Coordinatrice Gois Palermo

e

Cristina Franceschini
Coordinatrice Gois nazionale

 

 

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